Pennac come un’amaca tra realtà e finzione
décembre 12, 2006
Il narratore scopre le carte e pensa ad alta voce. E dondolandosi tra un albero e l’altro, oscillando tra autobiografia e apologo, racconta la storia di un dittatore e dei suoi tanti sosia.
Ecco la storia. Il tono risoluto, assertivo, perentorio del titolo dell’ultimo romanzo di Daniel Pennac è immediatamente corretto dal suo incipit. «Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico», annuncia timido e dubitativo l’autore, coniugando al condizionale l’attacco. E, umile, prosegue: «Poco importa il Paese». Ipotetico, ancora aggiunge: «Mettiamo che la capitale si chiami Teresina, come la capitale del Piauí in Brasile», Paese «troppo povero per servire da cornice a una favola sul potere».
Pennac pensa ad alta voce. Si rivolge confidenzialmente al lettore. Scopre le carte, schiude l’officina della narrazione. Poi lentamente, pigramente, la mette in moto. Non è un caso che abbia concepito l’intera vicenda disteso su un’amaca (citata nel titolo in francese, Le Dictateur et le Hamac, cui comunque lo scrittore confessa di preferire il titolo della versione italiana). Una volta avviata, però, la macchina narrativa gira bene. Seppure su ingranaggi complicati: l’omonimia che sdoppia già all’inizio la Teresina vera e la fittizia non è infatti che il primo di una lunga serie di giochi allo specchio.
Il dittatore agorafobico, per sfuggire al destino funesto predetto da una maga, si sceglie un sosia. Che a sua volta si sceglie un sosia che a sua volta si sceglie un sosia. L’ultimo della catena di “similpotenti” nutre segrete ambizioni d’attore, si scopre identico a Rodolfo Valentino e finisce a recitare sul set di Il grande dittatore di Chaplin. Sfuggito a un regime totalitario, ci rientra così attraverso il mondo di celluloide. Stessa manovra, ma alla rovescia, compie la figura chiave di Sonia, che se ne esce dal mondo di carta del romanzo per incontrare Monsieur Pennac e signora in un caffè di Parigi e raccontare loro quello che sa degli altri personaggi.
Lo slalom con cui lo scrittore procede zigzagando tra i protagonisti e le loro controfigure (sosia, attori o vivi ispiratori), tra autobiografia e narrazione, immaginazione e vissuto, storia e metastoria, non è affatto cervellotico e tortuoso come si potrebbe temere. Dondolandosi piuttosto tra realtà e finzione al ritmo cullante dell’amaca, il romanziere si abbandona alle sue (non oziose!) invenzioni.
E alla fine, senza avvitarsi troppo su sé stesso (rischiando di ribaltarsi e capitombolare), tira le fila di trame e sottotrame, riporta tutte le divagazioni all’intreccio principale, chiude il suo racconto e lo porge al lettore per il puro piacere di leggerlo. Voilà: ecco la storia.
Alessandra Iadicicco
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fonte: Famiglia Cristiana