L’azzardo delle parole

décembre 12, 2006

di Cesare Martinetti (corrispondente da PARIGI)

6 agosto 2003

L’hasard, il caso. Capita che uno scrittore costruisca il suo libro lentamente, in quattro anni di lavoro e di scrittura nel silenzio della sua stanzetta parigina. Il caso vuole che il libro parli di un dittatore che ha paura della gente e che proprio per questo si fa sostituire da un sosia e poi da un altro, infine da un sosia dei sosia. E capita che questo libro sia pubblicato nei giorni in cui un «vero» dittatore, Saddam Hussein, gioca a nascondino col mondo attraverso i suoi «veri» sosia che compaiono in sfocate immagini tv e parlano attraverso voci che sembrano arrivare dal nulla.
Hasard? Sì certo ma ci deve pur essere qualcos’altro dentro l’officina di uno scrittore quando succede questo «hasard» che lo mette in sintonia con il senso del mondo, anche se il dittatore si chiama Manuel Pereira da Ponte Martins, comanda una «repubblica delle banane» che non esiste e non ha niente a che vedere con Saddam.

Allegoria del potere che si nasconde, si camuffa, si alimenta di immagini che si moltiplicano in un gioco infinito di specchi. Come l’ultimo libro di Pennac. Le dictateur et le hamac (l’amaca), in francese; Ecco la storia, nell’edizione italiana di Feltrinelli. Un romanzo che contiene più romanzi, un atelier di scritture, una finestra aperta sull’officina dello scrittore, i suoi attrezzi, i suoi fantasmi.

Daniel Pennac arriva all’appuntamento dondolando sui sandali e ruotando quella sua testa grigia da cui lampeggiano occhi da ragazzo come un radar alla ricerca continua di un rumore, un’immagine, una voce. L’officina di Pennac è un minuscolo «studiò» al primo piano di una minuscola via che sbuca sul mercatino di rue Mouffetard, quinto arrondissement. Non c’è numero sul portoncino, non c’è un campanello. Quando si arriva si guarda in alto e se la finestra è aperta si prova a chiamare: «Daniel!» Se lui c’è, si affaccia; se non c’è, pazienza.

Una stanza soltanto. Una scrivania. Un computer portatile Macintosh. Una poltroncina. Una finestra. Siamo a un’ora di cammino da Belleville, dove Pennac vive, l’unico quartiere di Parigi, dice, dove non c’è niente da vedere. Il quartiere che la sua saga ha trasformato in piazza simbolica della miscela umana: «Nell’edificio dove abito ci sono persone di diciassette nazionalità, la geografia del mondo, tutte le religioni, tutte le cucine. È comodo, mi permette di non viaggiare». Habitat estremo e paradossale: «Bin Laden è a Belleville», dicono tuttora, ridendo, sul mercatino del martedi’.

Nei periodi in cui scrive, Pennac fa il percorso casa-officina-casa a piedi. Alle 8 del mattino e alle 8 di sera: «Mi sono dato un orario preciso, come se fossi un funzionario». Bottigliette di acqua minerale non gasata Volvic, ogni tanto qualche tazza di the. All’angolo c’è il bistrot dei «papillons», in faccia il verduriere e il fioraio, più in là il riparatore di biciclette Geppetto. Il campanile di Saint-Médard batte le ore: «Ho bisogno di sentire il tempo che passa». Sulle mensola che ha davanti al naso c’è una vecchia sveglia di metallo, a sinistra una vecchia radio Grundig per «sentire le notizie», appoggiato sul portacenere accanto alla pipa un coltellino Opinel per far la punta al «crayon», la matita.

Disegna, Pennac. Anzi disegnerebbe se non avessero inventato prima la macchina per scrivere, poi il computer. Forse non ci sarebbero romanzi, ma fumetti, bandes dessinées firmate Pennac. Quando prende in mano la penna o la matita dopo due o tre parole le lettere si sciolgono in figure come geroglifici, omini stilizzati che si esprimono a segni, corrono, camminano, muovono le braccia. Dei tiramolla senza volto che ora sgambettano nelle dediche che con pazienza e gentilezza tratteggia sulle copie per i suoi lettori.

Dice Pennac: «Il fatto di scrivere è un’avventura quasi indipendente da quel che si scrive, dal romanzo che ne viene fuori, che non si può raccontare perché sarebbe illeggibile e che non è il romanzo del romanzo. Ci ha provato Gide, ma il journal che ne è uscito è una riflessione a posteriori. Ci sono i carnet di Dostojevskij, ma sono incomprensibili per i lettori…»

E allora, si può rubare qualche segreto dall’officina di Pennac? «Prendiamo per esempio la scelta del nome proprio di un personaggio. Il lettore può pensare che il nome risponda a una necessità simbolica o affettiva o topologica. Niente affatto. Per me un nome risponde ad una necessità fonetica e musicale puntuale là dove spunta per la prima volta nel romanzo. Niente di simbolico». Esempio? «In uno dei racconti di Malaussène avevo bisogno di un nome per il “substitut”, doveva avere un suono vocalico, aperto, luminoso che si contrappuntasse a quello consonantico, chiuso e duro del sostantivo “substitut”. Non mi veniva niente».

Come ha fatto? «In famiglia abbiamo l’abitudine di giocare molto con i nomi, specie quando si viaggia in auto e ci sono bambini. Per passare il tempo si inventano storie con protagonisti cui diamo i nomi di luoghi: Monsieur e Madame Bordeaux che si incontrano con Monsieur e Madame Chalon-sur-Marne… E cosi’ mentre ero in auto con mia moglie a un certo punto in banlieue siamo caduti su un luogo, Jual. Un suono perfetto, il substitut è diventato Jual».

Ma questo significa che il contesto fonetico determina il personaggio? «Diciamo che il nome condiziona il carattere del personaggio che non è stato predeterminato. Ecco, a questo punto siamo nel vivo dell’officina: il racconto nasce dal linguaggio così come, a sua volta, il linguaggio nasce dal racconto. C’è dell’imponderabile e, anche qui, dell’hasard. Il nome è prodotto del ritmo, ma a sua volta da’ una certa coloritura ad ogni frase nella quale compare».

Per Pennac i nomi sono una vera passione. O anche, forse, un’ossessione. A destra e a sinistra del suo Macintosh, come su un altare, ci sono due vocabolari «le Robert» appoggiati sul leggio: quello comune e quello dei nomi propri. Lui stesso sta assemblando un dizionario dei nomi che sono comparsi nei suoi libri. Per adesso è ancora un «file» nel computer che Pennac apre e lui stesso si incuriosisce a ritrovare vecchi nomi e vecchie storie, come quella di Jual. Ci sono anche personaggi storici e famosi, Gramsci, il pittore olandese Vermeer che fece irruzione per caso, in una delle sue notti insonni, verso le 3, uscendo da una trasmissione radio di France Culture: «C’era un gran dibattito sulle possibili influenze reciproche tra Spinoza e Vermeer che sono nati lo stesso giorno e nello stesso luogo. Non c’è nessunissima prova che nemmeno si siano conosciuti, però se ne discuteva appassionatamente».

Ecco, di nuovo, l’hasard che fa emergere un nome che poi trova una sua collocazione musicale dentro una frase. «Mi rendo conto – dice Pennac – è una necessità che riguarda solo me». Ma, chiediamo, che razza di vita e di personalità hanno dei personaggi partoriti da una combinazione di suoni? «Sono degli elettroni che si muovono liberamente dentro la struttura che può anche essere stata costruita meccanicamente». Insomma la dignità dei personaggi da romanzo è un po’ come quella delle persone, tanto più forte quanto più sfugge alla funzione assegnata. Personaggi che riescono a guadagnare una certa autonomia dall’autore e scappano dalla camicia di forza di un nome e di un ruolo.

Nel «dittatore» alla fine c’è il personaggio di Sonia che diventa interlocutore dell’autore, pone domande, questioni, problemi. «Ho talmente utilizzato i miei amici nei miei libri…» Questa Sonia, per esempio, l’ha conosciuta una sera in un ristorante di Belleville. Nel libro è critica, dunque è una persona. Ma sta nel libro e quindi è un personaggio.

Alla fine, in Ecco la storia, uno di questi sosia muore in un cinema di Chicago durante la proiezione di The Great Dictator di Charlie Chaplin. Testimoni dicono che il cadavere aveva il viso inondato di lacrime; ma quando arriva la polizia, le lacrime non ci sono più. Evaporate? No, asciugate da un gesto pietoso, lo stesso che Pennac vide fare a una sua amica, all’uscita dalla metropolitana quand’erano ragazzi: c’era un clochard oscenamente rovesciato per terra, tutti lo scansavano, lei si avvicinò per allacciargli la cintura dei pantaloni. Senza ostentazione.

Nei periodi in cui scrive Pennac va in giro con un piccolo dictaphone a cui confida quello che il suo radar a forma di testa gli trasmette dalle strade di Parigi, tra Belleville e Mouffetard. Un libro è, naturalmente, frutto di una lunga gestazione solitaria e segreta. «Quando sento che la storia c’è, la racconto a due, tre persone.

Poi raccolgo la documentazione per non scrivere sciocchezze. In questo momento ho messo da parte tonnellate di cose sull’etologia…» (Attenzione: questa è un’anticipazione esclusiva sul nuovo libro di Pennac) «…poi aspetto il colpo di inizio: è una fase che puo’ durare mesi, per me la prima frase è come un diapason: laaaa e parte la musica». Ce serait l’histoire… Ecco la storia…

fonte: La Stampa

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