“La realtà è più folle di come la descrivo”
décembre 12, 2006
Intervista a Pennac
di Chiara Fabbrizi, tratto da “La Gazzetta di Parma”, 12 giugno 2003
Perché la traduzione italiana è uscita con un titolo tanto diverso da quello originale, che è Le dictateur et le hamac, Il dittatore e l’amaca?
Perché Ecco la storia mi piaceva molto, solo che in francese non rendeva altrettanto bene. Questo libro contiene due romanzi: da una parte c’è la storia di un dittatore, dall’altra c’è la realtà che si mescola alla finzione; e l’autore cerca di portare i lettori nell’amaca in cui crea la storia.
Una storia da cui è sparita la tribù Malaussène di Belleville: può dirci in breve che cosa racconta?
C’è un dittatore in America Latina che somiglia a Rodolfo Valentino, ed è agorafobico perché una strega gli ha predetto che sarà linciato da una folla di contadini. Così decide di venire in Europa a spendere soldi nelle grandi città, dove difficilmente si trovano contadini; e si fa dunque rimpiazzare da un sosia, che è uguale a lui salvo qualche piccolo particolare. Il sosia interpretando la parte del dittatore scopre di essere un ottimo attore, perciò decide di dedicarsi alla recitazione e di andare a Hollywood. Per poterlo fare, cerca un suo sosia, identico, se non per qualche piccolo particolare. Questo secondo sosia scopre che la vita politica è molto meno interessante di quella delle multinazionali che reggono l’economia di un Paese, così decide di andare a Wall Street e di prendere il potere in una multinazionale. Ovviamente, per farlo si fa sostituire da un sosia, identico a lui salvo qualche particolare. Ormai questo terzo sosia del dittatore somiglia ben poco a Rodolfo Valentino, le piccole differenze si sono accumulate e la difformità è palese, tuttavia il popolo e la famiglia del dittatore non ne tengono conto, convinti che la trasformazione sia da imputare all’usura causata dal potere.
Perché ha scelto l’America Latina?
Ho vissuto in Brasile alla fine della dittatura di Figuereido. Era un periodo in cui c’erano Pinochet, Videla e appunto Figuereido, un uomo molto allegro, un umanista, capace di dire – l’ho sentito con le mie orecchie – a 150 milioni di brasiliani: “Ho sempre preferito l’odore dei cavalli a quello del popolo”. Tutto ciò che ho visto allora si ritrova nella mia storia, ma la finzione non può mai essere all’altezza della realtà. Più cerco di scrivere cose folli, più scopro che la realtà è ancora più folle. Quando scrivo, saccheggio la realtà.
Malaussène, il personaggio più famoso tra quelli che lei ha creato, faceva di professione il capro espiatorio. C’è qualcosa in comune tra il capro espiatorio e il sosia?
Sì. Mettiamo l’uno e l’altro tra noi e il reale, quando il reale ci minaccia. Il capro espiatorio nasce quando siamo minacciati dal nostro sentimento di colpevolezza, e più proviamo questo sentimento più ci viene voglia di dare la colpa agli altri. Così in politica, se mi sento minacciato, metto dei paraventi, dei sosia o dei ministri, per esempio, tra il governo e i cittadini.
Il capro espiatorio nell’Europa odierna è l’immigrato?
Questo è un problema molto vasto e contraddittorio. L’Europa soffre per il calo delle nascite ed è obbligata a importare stranieri. Ma questo genera la vergogna di non saper soddisfare da soli ai nostri bisogni, vergogna che facciamo pagare a coloro che vengono qui per colmare il deficit del nostro tasso demografico. Credo che sia qui l’origine del razzismo.
Saddam Hussein usava dei sosia: c’è qualche rapporto tra il suo romanzo e le vicende irachene?
Io lavoravo a questo libro da quattro anni ed ecco che la realtà mi ruba il soggetto! Ci sono altri dittatori che hanno avuto dei sosia, in particolare avevo presente la vicenda di un sosia di Stalin, un ebreo ucraino che dovette anche sottoporsi a interventi di chirurgia plastica per sostituire Stalin quando parlava nella Piazza Rossa, riceveva delegazioni straniere e così via. Poi nel 1951, durante un pogrom, Stalin lo fece uccidere in quanto ebreo.
Che cosa l’ha affascinata della figura del sosia?
Il fatto che, dopo un primo momento di euforia, il sosia comincia a domandarsi: “Ma io chi sono? Non sono lui, malgrado le apparenze e gli sguardi della gente”. È la domanda che ci facciamo tutti, ma è ancora più forte.
I suoi personaggi sono i suoi sosia?
No, il mio sosia è quello che scherza con i giornalisti… L’altro Pennac è triste, chiuso in una stanza a scrivere, mentre si dice “io non valgo nulla, non ce la farò mai, quest’aggettivo non va…
E l’amaca cosa c’entra?
E’ la verità che si riposa. Ho scoperto l’amaca in Brasile: gli indiani l’hanno inventata per proteggersi dagli insetti e dai serpenti. Quando mi stendo in un’amaca, sono protetto dal reale e la mia immaginazione si sbizzarrisce.
Lei insegna in un liceo, e in un precedente libro, Come un romanzo, si è occupato del modo in cui si insegna a leggere. Il verbo leggere non sopporta l’imperativo: lei come si comporta con i suoi allievi?
In quel libro raccontavo la mia esperienza con ragazzi che avevano gravi difficoltà a scuola. Avevo il dovere di salvare dei ragazzi che dicevano di odiare i libri. Non bisogna credere al ragazzo che dice “odio i libri” o “odio la matematica”, bisogna invece domandarsi cosa voglia comunicarci con queste frasi. Perché il vero significato di quelle parole è: “Ho paura della domanda che verrà fuori dopo che mi hai spinto a leggere. Non saprò rispondere a quella domanda e penserò di essere un imbecille, o tu crederai che io sono un imbecille”. Il problema dei miei allievi era che credevano a chi diceva loro che erano imbecilli; perciò cercavo di stabilire con loro un rapporto diverso: dal momento che non volevano leggere, leggevo io per loro, soprattutto Calvino, o raccontavo loro la vicenda del Dottor Zivago o di Guerra e pace. Avevo sei ore a settimana d’insegnamento e un’ora la dedicavo solo alla lettura: in quell’ora non facevo mai domande, non chiedevo niente in cambio. Quando si regala un libro a una persona, non è carino poi domandarle: “L’hai letto?”, così come quando si regala un fiore a una ragazza non le si domanda: “Ti piace il mio fiore?” Bisogna aspettare che la ragazza dica “che bel fiore!”, e che l’allievo esclami “quanto mi piace Calvino!, che altri libri ha scritto?” Bisogna avere una grande pazienza, mentre molti professori si comportano con la cultura come si fa in Borsa: mirando a profitti e ricavi. Ma l’insegnamento non può avere la logica della produttività.
Che rapporto c’è tra la sua attività di insegnante e quella di scrittore?
Nessuna. Non si parla dei miei libri in classe. La classe è qualcosa di vivo, mentre scrivere romanzi è qualcosa di autistico. In classe io mi ricarico di vita, e poi niente più di un mucchio di compiti da correggere fa venire voglia di scrivere.
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fonte: Feltrinelli