L’imboscata di Pennac

décembre 12, 2006

“Sarebbe quindi la storia di Manuel Pereira da Ponte Martins, dittatore agorafobico, che voleva questo e quello (il potere a Teresina e i viaggi in Europa) e che, destinato al linciaggio, avrebbe tentato invano di sfuggire al proprio destino”.
(Daniel Pennac, “Ecco la storia”, parte prima, “Epsilon”, capitolo 4).

A voler essere onesti sino alla spietatezza, questa recensione avrebbe dovuto titolarsi “Pennac, il traditore”: perché un lettore deluso è come un amante ferito, sa caricarsi di livore e risentimento ed è pronto a rivendicare uno dei suoi diritti non pronunciati. Il diritto di ricordare allo scrittore che, una volta finiti gli argomenti e inaridita l’ispirazione, è il caso di dedicarsi ad altro, non meno nobile, mestiere.
Si è preferito titolarla “L’imboscata di Pennac” perché questa è l’ultima volta che uno dei nostri ex scrittori preferiti si diletta a offendere il suo innocente pubblico. Se possiamo trascurare l’editore Feltrinelli, non nuovo a noiose operazioni commerciali, da qualche anno a questa parte, operazioni che già hanno contribuito a macchiare la riconosciuta e un tempo acclamata qualità artistica delle loro pubblicazioni, non dovremmo più mostrare pazienza con un autore che dava segni di imborghesimento e di compiacimento da diverso tempo, e adesso è (irrimediabilmente?) divenuto arido e paludoso.
Spendere sedici euro per la prima edizione di un libro del genere significa effettivamente manifestare fede e passione per un artista. A scatola chiusa: si scende in libreria, si acquista il testo senza neppure sfogliarlo, ci si precipita a casa per leggerlo.
“Ecco la storia”, ultimo romanzo del professor Pennac, è una delusione micidiale.
Non andrò a ricordare un certo ultimo episodio della saga dei Malaussène, per non affondare il dito nella piaga. Dico soltanto che, se era capitato un incidente del genere, era opportuno domandare scusa ai lettori e ritirarsi in silenzio per qualche anno, tornando magari con un’idea nuova.
Questo romanzo non si fonda su nessuna idea nuova.
È fiacco. Fiacco, ripetitivo, cervellotico, compiaciuto fino all’onanismo intellettuale, traballante e, ciò che è davvero imperdonabile, ambizioso e autoreferenziale fino all’eccesso.
La sensazione è che la vena di Pennac si sia esaurita. Forse, desideroso di parlare di sosia e di ruoli, ha lasciato che fosse un suo sosia a scrivere questo libro. Chissà, questione di coerenza forse. Come siano andate le cose non importa: certo è che stavolta si è passato il segno. L’unico elemento pregevole è una rapida citazione(tutta biografica, è ovvio) a Erri De Luca, e, se vogliamo, un piccolo omaggio a Jonathan Coe. Altrimenti, si fatica a trovare qualche frammento, qualche “livido bagliore”(mio Dio), qualche sprazzo “alla Pennac”, nelle paginette dense, afose e farraginose di questa aberrante operazione di marketing letterario.

La trama: uno scrittore(indovinate quale) racconta la storia di un dittatore agorafobico. Questi decide di partire per l’Europa e si fa rimpiazzare da un sosia, che a sua volta, dopo qualche tempo, preferisce essere rimpiazzato da un sosia, e via dicendo.
Si raccontano varie storie. Inevitabilmente, il narratore fa capolino dappertutto, sporcando la già caotica narrazione con narcisistici richiami alla sua adolescenza, alla sua acquisita fama letteraria, ai suoi incontri, alle migliaia di allievi che ha avuto al liceo, et cetera.
Provo a rendere accattivante il “prodotto”: incontrerete(?) Rudy Valentino, Charlie Chaplin, uno strano dittatore, un’ombra di Belleville, ambientazione para-Marquez, omaggi ai traduttori di Pennac(!). Un delirio. Addio alla splendida leggerezza e alla vivacità dei Malaussène, addio alla chiarezza espositiva e alla facilità di narrazione, addio allo stile liquido e affascinante. Addio ai dialoghi pieni di poesia e di dolcezza, addio alla variopinta umanità dei personaggi di Belleville, addio alle ambizioni di schieramento etico(politico?). Addio a un mondo che Pennac aveva insegnato ad amare. Benvenuti nell’ego di uno scrittore ampolloso e borioso, tutto spocchia e confusione mentale, cerebrale fino al parossismo. Un libro scritto per sedurre, forse, certa critica: poteva allora essere distribuito in quattrocento copie, destinate a qualche famelico strutturalista, o a qualche semiologo fulminato dalla straordinaria intelligenza(?) degli “Esercizi di Stile” di Queneau.

Ecco il risvolto dell’edizione Feltrinelli. “Ecco la storia è l’unione di più storie(…)che nel loro intrecciarsi cercano di dar conto del processo creativo”. Fallendo miseramente, direi. Se voleva essere questo l’intento, il treno-Pennac ha deragliato. Questo è un esempio della profondità intellettuale di questo libro: >(Daniel Pennac, “Ecco la storia”, parte IV, “La tentazione dell’interno”, capitolo 3).
Personaggi reali che diventano fittizi, sosia che confondono le loro esistenze, in quello che un redattore forse interinale definisce, nel risvolto, “inevitabile incrocio tra realtà e fantasia”.
Evitabilissimo.

Tornare al primo Pennac, quello dell’amatissima saga, è un obbligo.
Dimenticare questo libro non sarà difficile. Accidenti, però, che delusione.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Daniel Pennac(Casablanca, 1944), romanziere francese, genio della saga dei Malaussène.
Professore di Lettere in un liceo parigino.

Daniel Pennac, “Ecco la storia”, Feltrinelli, Milano, 2003.
Traduzione di Yasmina Melaouah.

Titolo dell’opera originale: “Le dictateur et le hamac”.
Il libro è stato tradotto come “Ecco la storia” per scelta dello stesso Pennac:in origine, infatti, “Ecco la storia” avrebbe dovuto essere il titolo originale, tuttavia è parso allo scrittore francese che non suonasse bene nella sua lingua. Non sembra che in italiano il suono sia particolarmente differente(considerando l’assonanza con il latino “Ecce homo”), tuttavia non discuteremo la scelta. Il romanzo è strutturato in sette parti, tutte provviste di titolo e numerate progressivamente. Ogni parte si suddivide in vari capitoli numerati, eccetto l’ultima, dedicata a “Il problema dei ringraziamenti”, che sembra attanagliare il professore francese.

Lankelot, G.F., giugno del 2003. Donec ad metam.

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fonte: Lankelot.com

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