“La lettura è un atto di creazione permanente” (Pennac)

Dopo un quadro generale degli autori più importanti della metaletteratura moderna, è possibile ora descrivere il percorso di una delle personalità più poliedriche del panorama letterario attuale. Nella produzione di Daniel Pennac è possibile trovare molti degli aspetti finora descritti in merito alla questione del metaromanzo.

Da molti anni, infatti, le sue opere si distinguono per una costante originalità formale e contenutistica. La sua duplice carriera di professore e di scrittore gli ha permesso una lunga e approfondita conoscenza delle molteplici tipologie di lettore, a cui la produzione mondiale in questo momento si rivolge. L’osservazione di una progressiva disaffezione allo sperimentalismo da parte del lettore, lo ha portato ad accettare una coraggiosa sfida contro l’ordinarietà stilistica che dilaga nel mercato contemporaneo.

I testi che andremo brevemente ad analizzare sono di natura molto diversa l’uno rispetto all’altro. Mentre nel caso di “Come un romanzo” abbiamo un’analisi cosciente del rapporto libro-lettore, percorsa da un sottile filo narrativo, in “Le dictateur et le hamac” ( tradotto in italiano “Ecco la storia”) si ha un divertente incastro tra realtà e simulazione in cui il romanzo diviene pretesto di analisi del rapporto libro-autore.

La trama narrativa che accompagna le riflessioni del primo romanzo fa dell’autore un protagonista, osservatore di un mondo giovanile ormai troppo distante dal piacere della lettura. Egli si cala nei panni di personaggio del proprio narrato, divulgatore dell’ideologia polemica del testo stesso. Attraverso la metanarrazione cerca di riaccendere, soprattutto nei giovani, quell’amore per la lettura che un epoca passivizzante ha finito per attenuare. Fra le tante cause che hanno portato a questo, egli individua quella dell’imposizione della lettura da parte della società: il lettore deve sentirsi libero di scegliere se essere coinvolto o meno, senza pressioni esterne; sta alla destrezza dello scrittore, alla sua capacità di astrazione, rendere un’opera meritevole di attenzione.

E’ questo che fa della lettura (e della scrittura) un atto.

Pennac si racconta padre alle prese con le novelle della buonanotte, professore attento al coinvolgimento di studenti disinteressati; si riscopre amante del viaggio verticale. L’interesse per la lettura, nella società consumistica di oggi, è erroneamente divenuto un dogma ( nonché una prescrizione della pura ricerca edonistica); è per questo che egli ricorda a sé stesso e ad ogni altro lettore i propri diritti imprescindibili. Ciascuno ha diritto di scegliere i testi che più lo interessano, di affidarsi ai buoni o ai cattivi romanzi. La differenza sostanziale tra le due tipologie sta nel fatto che i cattivi romanzi non scaturiscono da atti creativi ma da riproduzione di standard validi commercialmente, e sono perciò stimabili “atti di menzogna” in quanto semplificativi del reale (è per questo che si parla di iperevoluzione della manualistica). “Ogni lettura è un atto di resistenza”, attraverso il quale ci si distacca dal cronos del contingente aprendo i cancelli dell’immaginario. E’ un gesto che fa sentire l’uomo parte di un’eternità e perciò si tratta anche di una presa di posizione contro la morte fisica ed intellettiva.

Spesso il disamore per la letteratura nasce dalla paura di non saperne cogliere i significati, è per questo che sempre più autori si dedicano alla pratica della mera schematizzazione e molti lettori rinunciano al piacere della critica. Il meta-romanzo ha il potere di sciogliere questa paura poiché inizialmente si pone come un romanzo (teso a soddisfare la voglia di racconto del lettore) per poi scivolare lentamente verso nuovi punti d’osservazione. Il fascino dello stile accresce il piacere del racconto in sé. L’obbligo del commento, imposto dalla pedagogia moderna, conduce soltanto ad analisi sterili e all’indifferenza; e’ per questo che i dieci diritti del lettore (riassunti nell’ultima parte del libro) si aprono e si concludono con il fondamentale “diritto di non leggere” e “diritto di tacere (di ciò che si è letto)”. La lettura si libera perciò dell’imposizione come dovere morale per divenire una sentita scelta individuale, una scelta di intimità.

“Le dictateur et le hamac” (la cui prima pubblicazione risale appena al giugno del 2003) può essere considerato uno degli esempi più recenti dell’innovazione metaletteraria moderna; non si tratta solo di un romanzo con trama a “scatola cinese” ma di un vero e proprio labirinto narrativo.

In esso si racconta la storia di un dittatore latinoamericano divenuto agorafobo in seguito al responso di una veggente, spinto alla fuga in Europa dopo aver arruolato segretamente come suo successore un sosia. Si racconta la storia del suddetto sosia (ex barbiere) che tenta di spacciarsi per il dittatore di Teresina, e che scopre una bruciante passione per il cinema la quale lo costringe ad emigrare in America. Viene descritto come questa bruciante passione lo abbia spinto ad attraversare il sertao, ad essere cacciato da Hollywood (dopo avervi lavorato come sosia di Rodolfo Valentino), a morire per la commozione in un cinema in cui veniva proiettato “Il grande dittatore” di Chaplin, storia di un barbiere sosia di un dittatore. Si racconta la storia della giovane che asciugò le lacrime del sosia ormai morto e che si rivela (sapiente colpo di scena) una corrispondente dell’autore realmente esistente. Da questa digressione si torna a Teresina, paesello in cui l’intero racconto nasce, dove (al posto del primo sosia) era stato ingaggiato e addestrato un nuovo sosia ( scomparso in una fuga d’amore) che a sua volta aveva ingaggiato altri due sosia gemelli. Nella conclusione il più saggio dei due viene assassinato dal dittatore originale, adirato dalla catena dei sosia che si era sviluppata in sua assenza, il quale viene a sua volta fatto a pezzi dalla folla. L’altro gemello tenta il colpo di stato ma scopre un’amara realtà: sia la folla che i consiglieri erano a conoscenza di ogni sosia, a cui avevano concesso il potere in vista di un ritorno alla democrazia.

A questo punto lo stupore del lettore è totale: mentre egli, come di consueto, accettava tacitamente il patto della finzione, la finzione si rivela per quello che è. Ogni meccanismo letterario viene infranto e si entra nel paradosso. L’autore stesso diventa il personaggio di uno scrittore che narra la storia di un dittatore agorafobo (e via dicendo) …

Continue digressioni intermezzano la trama del racconto : l’autore parla di sé, della propria fatica letteraria, delle influenze colte nel reale e intenzionalmente trasmesse al testo che sta scrivendo. Come ideatore ironizza su di sé e sugli affreschi umani che dipinge, senza tralasciarne i difetti. Le sue caricature assumono dimensione umana e una funzione di auto-analisi. In ciò che ritrae egli manifesta chiaramente il proposito di voler ritrarre, il personale processo creativo. Attraverso la descrizione dei luoghi ove la storia si svolge, introduce il proprio vissuto personale, ne ripercorre le tappe, descrive approfonditamente le sensazioni provate al contatto con essi. La stessa Teresina, in cui gran parte della storia è ambientata, si rivela non essere altro che la tappa forzata di un suo viaggio in aereo, bruscamente interrotto a causa di un’avaria.

Anche la scelta del titolo (che in italiano potrebbe essere più correttamente tradotto “Il dittatore e l’amaca”) svela l’intenzione metaletteraria del romanzo. Il dittatore di cui si parla è, in fondo, una figurazione sarcastica dell’autore che lascia il suo posto al sosia-viaggiatore, al sosia-amante, al sosia-intervistatore, al sosia-scrittore in cui si rispecchia. Si tratta di un gioco alla scoperta dell’identità e dei ruoli della vita, in cui l’artefice medesimo mette in dubbio la propria autorità nel campo e svela le incertezze che lo portano a chiedere consiglio ai personaggi che menziona (è il caso, ad esempio, della corrispondente a cui si confida).

Nella finzione, come nella realtà, ciascuno è una maschera alla ricerca di un riconoscimento sociale. Ciò spesso accade anche nel cinema (dimensione a cui molti autori della metaletteratura come Pennac fanno riferimento). Non è un caso che l’immagine del dittatore-sosia richiami esplicitamente una delle figure chiave della produzione di Chaplin. Il regista, allo stesso modo dello scrittore, ridimensiona le sventure politiche e personali spettacolarizzandole. Entra nell’intimità dell’ideologia individuale per svelare nuovi sentieri di indagine della realtà; si racconta nel proprio ruolo di scrutatore. Anche Fellini (per tornare ad un caso già citato) attraverso il suo alterego manifesta le proprie insoddisfazioni artistiche nella lavorazione di un’opera da cui prende continuamente le distanze (per poi classificarla un “8 e mezzo”, un mezzo film). Attraverso l’evoluzione moderna l’autore, da voce onnisciente e sovrumana che era stata nel passato, svela la propria vulnerabilità naturale fatta di conti da dover saldare, di scadenze da rispettare, di sogni da realizzare.

In quanto all’amaca… Potrebbe essere un piccola metafora della condizione in cui nascono le opere di Pennac, eternamente sospese tra il cielo e la terra, tra finzione e vissuto, tra fantasia e realtà.

“Si scrive in mancanza di meglio, il meglio è l’amaca. L’amaca deve essere stata immaginata da un saggio contro la condizione di diventare… Era un rettangolo di tempo sospeso nel cielo.”

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fonte: Le modernità della metaletteratura

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